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dicembre 29th, 2008 Internazionale none Comments

da www.misna.org

“A mia figlia ‘Ala, che ha tre anni, dico che c’è una festa e che c’è gente che si diverte facendo scoppiare palloncini colorati”: Tamer al-Bahari, palestinese e operatore di un’organizzazione non governativa attiva a Gaza, non sa più cosa inventarsi per evitare che la figlia di tre anni si ammali di nuovo per la paura; raggiunto dalla MISNA nel corridoio della sua casa, al-Bahari racconta di attacchi di una violenza inaudita e mai conosciuta, di nuovi strumenti di guerra utilizzati dagli israeliani e della piccola ‘Ala che ieri lui stesso ha portato in ospedale perché aveva la febbre altissima. “Non è influenza né raffreddore è paura – aggiunge, mentre la cornetta si trasforma in nitida testimone di nuove esplosioni – i medici dicono che non è l’unico caso e che a causare la febbre sono i boati delle esplosioni, i vetri che vanno in frantumi, i rumori di questa guerra; mi resta avvinghiata tutto il giorno, non posso allontanarmi, la devo abbracciare in continuazione, farle sentire che le sono vicino”. A Gaza non ci sono solo i morti, ci sono anche gli effetti indiretti di ore ininterrotte di incursioni aeree e bombardamenti: “Stanno usando di tutto – continua ancora al-Bahari – ci bombardano dal mare con le navi, ci bombardano dal cielo con elicotteri, aerei e droni, ci lanciano contro i loro carri armati; ci resta solo la speranza che tutto finisca presto”. Come la maggior parte dei palestinesi di Gaza, anche al-Bahari deve fare i conti con l’acqua e l’elettricità che mancano, e con le scorte alimentari che non bastano. “Possiamo restare chiusi in casa per altri due giorni – aggiunge – poi non avremo null’altro da mangiare; stiamo razionando tutto e cerco di tenere carica la batteria del mio telefono cellulare. Per ogni esplosione che sento provenire da nord chiamo il resto della mia famiglia che vive lì per sincerarmi che stiano bene. L’esercito israeliano ci sta inviando anche messaggi di vario tipo; sul mio telefono ne è arrivato uno in cui offrono 20 milioni di dollari per informazioni su Gilad Shalit, il soldato israeliano tenuto in ostaggio a Gaza”. Altre esplosioni; nel corridoio della sua casa la piccola ‘Ala si stringe al padre: “Ma lo sa il mondo cosa sta succedendo qui – si chiede Tamer – lo sanno che dall’alba di oggi non si sono mai fermati? Che non ci sono solo centinaia di morti, ma anche tante piccole ‘Ada, l’angoscia di tanti genitori? Lo sa il mondo che stiamo morendo?”.

Per l’appassionante serie-TV ”Noticias desaparecidas” di cui siamo accaniti fans, ecco a voi l’ennesimo episodio introvabile in Italia…

(Ringraziamo il blog www.annalisamelandri.it dal quale attingiamo e riportiamo)

“Ieri eravamo una colonia ma domani possiamo essere una grande comunitá di paesi strettamente uniti. La natura ci ha dato ricchezze incalcolabili e la storia ci ha dato  radici, lingua,  cultura e vincoli comuni, come in nessun’altra regione della Terra” (Fidel Castro Ruz)

“Molti si chiederanno che cosa sta accadendo in questa nostra America Latina” ha commentato il presidente brasiliano Lula da Silva all’annuncio della notizia che Cuba finalmente fa parte, dal 17 di dicembre scorso,  del Gruppo di Río, l’organizzazione che raggruppa gli Stati dell’America latina e dei Caraibi, sorta nel 1986 in alternativa all’OEA, Organizzazione degli Stati Americani,  dove invece sono presenti gli Stati Uniti.

Felipe Calderón,  attuale coordinatore del Gruppo di Río ha parlato di “costruzione di un destino comune” e di “valori condivisi”.

Per dirla con le stesse parole di Lula,  si tratta di “un uragano, un tornado politico e ideologico” che sta scuotendo il panorama politico ed economico della regione.

E’  una notizia che ovviamente è passata quasi inosservata sulla nostra stampa in questo scorcio di fine d’anno, eppure è una notizia che inevitabilmente fa guardare le vicende latinoamericane sotto una luce diversa.

Potrebbe dirsi che siamo alle soglie di un cambio epocale per l’America latina, che evidentemente ha smesso già da tempo di essere il patio trasero degli Stati Uniti mentre va via via delineandosi con sempre maggior evidenza come entità  politica ed economica dotata di grande autonomia.

Sicuramente è una Cuba diversa quella che si sta rapportando in questi ultimi anni con gli altri Stati latinoamericani e con quelli più geograficamente vicini dei  Caraibi.

Ma Cuba non ha fatto altro che resistere in tutti questi anni, contro un isolamento assurdo e  abnorme, contro un colosso economico, politico e militare che adesso sembra un po’ più stanco che in passato e al quale si può chiedere con più convinzione che ritiri quel vergognoso embargo imposto mezzo secolo fa.

Evo Morales, presidente della Bolivia,   nel corso del recente vertice brasiliano dei paesi di America latina e Caraibi di Sauípe, uno dei tanti che ormai si tengono regolarmente nella regione,   ha chiesto che questi ritirino i loro ambasciatori dagli Stati Uniti  se dopo un ragionevole periodo di tempo Barak Obama non dovesse togliere l’embargo economico contro Cuba.

Appaiono preistorici i tempi in cui la isla rebelde veniva espulsa dall’Organizzazione degli Stati Americani,  il “ministerio de Colonias Yanqui” come fu  ribattezzato quell’organismo da un ministro degli Esteri cubano, in quella riunione a gennaio del 1962 a Punta del Este in Uruguay, quando si stabilì che “l’adesione al marxismo-leninismo era incompatibile con il Sistema Interamericano” e che gli Stati Americani si trovavano “profondamente uniti a favore dell’obiettivo comune di contrastare l’azione sovversiva del comunismo internazionale”.

Si può pertanto immaginare oggi una nuova Organizzazione degli Stati Americani senza la presenza degli Stati Uniti. Non che prima non fosse possibile. Ma oggi a differenza di allora,  molti dei leader latinoamericani hanno “una coscienza distinta della realtà storica e iniziano a combattere la battaglia che fin da allora Cuba porta avanti” [1].

E la proposta nasce infatti ancora dal “mega vertice” di Sauípe. Questa nuova organizzazione  potrebbe comprendere il Gruppo di Río e il neonato Vertice di America latina e Caraibi per l’Integrazione e lo Sviluppo (CALC).

Se ne discuterà nel 2010 in Messico, mentre per il nome già sono state avanzate proposte: Organizzazione degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi oppure Unione di America latina e Caraibi.

In ogni caso senza Stati Uniti.


[1] Fidel Castro, La paz en Colombia,  Editora Política, 2008

20/12/2008 – La Bolivia è libera dall’analfabetismo! Dopo una campagna di quasi 3 anni e grazie all’aiuto di Cuba e Venezuela il paese si dichiara libero da analfabeti.

La notizia, che abbiamo anticipato pochi giorni fa, è davvero di quelle che ci strappa un sorriso grande così, che ci conferma una volta di più che chi sa “dove” andare arriva pure, che ci da ancora più forza per lottare ogni giorno con lo sguardo e il cuore rivolti a quel pezzo di mondo che il “socialismo del XXI secolo” lo sta edificando un mattone dopo l’altro.

E’ superfluo dire che una notizia di questa portata < che ha trovato spazio come prima notizia nella homepage del sito in spagnolo della BBC (mica il Granma) – non ha l’onore di essere riportata in nessun articolo, nè trafiletto, di nessun giornale o media italiano.

dicembre 17th, 2008 Internazionale none Comments

“Tirare le scarpe in faccia a Bush è la risposta normale e adeguata per quello che è stato commesso da questo criminale e dalla sua cricca di assassini contro il popolo iracheno”.

E’ quello che affermano intellettuali, scienziati, avvocati e ulema sunniti e sciiti che scendono ininterrottamene in piazza da 2 giorni a Baghdad e nelle altre città irachene insieme a migliaia di cittadini, chiedendo l’immediata scarcerazione di Muntadher al-Zaydi, reporter della televisone satellitare al-Boghdadiya, che domenica ha preso a scarpate George Bush durante la conferenza stampa congiunta con il primo ministro iracheno Nuri al -Maliki, e ora rischia 7 anni di carcere (!)…

Che dire… Muntadher libero subito! Saimo tutti lanciatori di scarpe!

dicembre 17th, 2008 Cuba hoy / Revolucion 1 Comments

In un nostro recente articolo davamo conto dei drammatici dati UNESCO sull’analfabetismo (771 milioni di persone al mondo non leggono nè scrivono). E parlavamo di come la Rivoluzione cubana – pur dovendo affrontare in questi 50 anni periodi, talvolta drammatici, di ristrettezze economiche – non abbia mai smesso di investire nel sistema dell’educazione e dell’istruzione pubblica, raggiungendo straordinari risultati che le vengono riconosciuti persino da molti dei suoi numerosi detrattori. Ma non basta…si sa che l’internazionalismo è una delle gambe sulle quali una rivoluzione socialista deve camminare. Sarà per questo che i cubani sono da sempre impegnati nell’esportazione e nella socializzazione delle loro conquiste. E’ il caso del programma di alfabetizzazione per giovani ed adulti “Yo, si puedo!” che a partire dal 1999 è stato adottato da 28 paesi ed ha consentito sinora l’alfabetizzazione di oltre 3,6 milioni di persone. Vi proponiamo un documento che ne riassume le origini, la filosofia, alcuni tratti metodologici ed i risultati conseguiti in alcuni dei principali paesi nei quali viene applicato. E lo facciamo proprio nel giorno in cui il presidente Evo Morales rivela che il prossimo 20 dicembre la Bolivia verrà dichiarata terzo paese dell’America Latina liberato dall’analfabetismo…Yo, si puedo!

LEGGI QUI’ -> YO, SI PUEDO!

Al grido di “Libertà alla verità” si è svolta ieri per le strade di Cárdenas (150 km a nordest de L’Avana) una grande manifestazione delle donne cubane per la libertà dei 5 anti-terroristi indegnamente reclusi da oltre 10 anni nelle carceri statunitensi.

Mirtha Rodríguez, madre di Antonio Guerrero, ha ringraziato – a nome dei familiari – il gesto delle madri e delle nonne di Cárdenas che in rappresentnza di tutte le donne cubane organizzano ogni anno una corteo per reclamare giustizia e  libertà per i 5.

La marcia, com’è ormai tradizione, è iniziata nella centrale  calle del Coronel Verdugo, di fronte alla casa di Raquel Rodríguez, nonna materna (deceduta) di Elián González, e si è conclusa nel Museo della Battaglia delle Idee, con un incontro e una manifestazione culturale.

Ivette González e Lizbeth Labañino, figlie rispettivamente di René González e Ramón Labañino, , hanno spiegato la bandiera usata nella prima marcia, quella del 6 dicembre del 1999, quando le donne di Cuba riempirono le strade  per esigere il ritorno a casa del piccolo Elián, allora sequestrato a Miami.

Le due bambine, di 10 e 11 anni, hanno detto di sentirsi molto orgogliose di aver preso parte a questa importante giornata ed hanno elogiato il sentimento di solidarietà con la causa dei loro genitori, solidarietà che cresce ogni giorno a Cuba e in tutto il mondo.

La solidarietà è sovversiva, scandalosa e va censurata. Soprattutto se a mettere in campo da tre anni la più grande operazione medica di solidarietà nella storia sono due paesi piccoli, periferici e considerati membri dell’asse del male. I grandi media congiurano per il silenzio ma attraverso l’ALBA, Cuba e Venezuela, con la “OPERACION MILAGRO”, dal 2005 ad oggi hanno permesso a 1.362.505 persone di 33 paesi del Sud del mondo di riacquistare la vista senza pagare un centesimo. Intanto il rapporto della OXFAM accusa: un cieco su quattro al mondo, quasi trenta milioni di persone, hanno perso la vista per la politica dei brevetti imposta dalle multinazionali farmaceutiche.
A volte qualcuno chiede a cosa serve l’ALBA, l’Alternativa Bolivariana per le Americhe. Per esempio a dare un’infrastruttura organizzativa all’Operazione Miracolo. Per chi non ne avesse sentito parlare, ed è normale che così sia vista la vera e propria censura sul tema da parte della grande stampa, si tratta della più grande operazione di solidarietà nel campo della salute al mondo. Contando sulla straordinaria disponibilità cubana di professionisti della salute e sull’appoggio venezuelano i paesi dell’ALBA hanno deciso di combattere concretamente una delle piaghe del nostro tempo: il fatto che decine di milioni persone siano cieche per la sola colpa di essere povere.

Malattie facilmente trattabili nel nord del mondo, dalla cataratta al glaucoma, divengono irrisolvibili nel sud del mondo per la mancanza di personale sanitario, per l’impossibilità di finanziare servizi sanitari nazionali pubblici e gratuiti, ma soprattutto per le politiche volute dalle multinazionali farmaceutiche e sostenute dal Fondo Monetario Internazionale. E qui interviene la solidarietà cubano-venezuelana con l’apertura di 51 centri oftalmologici di prima qualità in 33 paesi che vanno dal Mali al Pakistan, dall’Angola all’Honduras.
Dalla fine del 2004 al 2 dicembre 2008 sono state operate 1.362.505 persone a basso reddito, in gran parte latinoamericane e dei Caraibi, e il piano prevede un’ulteriore crescita fino al 2014 quando saranno toccati i 6 milioni di interventi, il 20% dei casi di cecità curabile in tutto il mondo ad opera del servizio sanitario di un paese, Cuba che ha appena lo 0,002% della popolazione del pianeta. Oltre 250.000 persone sono state operate nell’isola mentre le altre si sono operate nei centri oftalmologici gestiti da medici cubani in tutta l’America ma anche in Africa e in Asia.
Su tutto ciò vi è il silenzio assoluto. Nessun ufficio marketing ne gestisce l’immagine, non vi è il patrocinio della Banca Mondiale né di nessun governo del cosiddetto “primo mondo” né vi lavorano medici solidali di paesi del Nord. Al massimo si registrano le proteste degli ordini medici dei paesi interessati che considerano l’operare dei medici solidali come un rischio per i loro interessi economici o di quando qualche medico cubano (alcune decine sui 42.000 sanitari cubani operanti all’estero) risponde alle sirene dell’organizzazione creata a Miami proprio per convincerli ad abbandonare.
Intanto un rapporto della OXFAM punta il dito sulle multinazionali farmaceutiche a partire dalla Novartis e dalla Genetech. Sono loro a mantenere nella cecità almeno 30 milioni di persone che, senza una politica dei brevetti basata sul profitto, potrebbero essere facilmente curate anche senza la supplenza di Cuba la scandalosa.

(tratto da www.giannimina-latinoamerica.it)

Secondo i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per Educazione, Scienza e Cultura (UNESCO) sono circa 115 milioni i bambini nel mondo che non hanno accesso alla scuola primaria, mentre gli analfabeti sono 771 milioni.
A Cuba su una popolazione di 11,5 milioni di abitanti vi sono circa 2,6 milioni di studenti. Nel mondo si spendono mediamente – sempre secondo l’ONU – 162 dollari pro-capite annui per l’istruzione. Cuba ne spende 195.
Il sistema dell’istruzione cubano è totalmente gratuito (dalla scuola dell’infanzia all’università) ed aperto a tutti. Dal 1959 oltre 35.000 studenti provenienti da 110 paesi si sono laureati a Cuba, paese che vanta la più alta percentuale al mondo di studenti stranieri oltre a contare sulla più alta percentuale al mondo di insegnanti (1 ogni 37 abitanti). L’indice di analfabetismo è oggi inferiore all’1% della popolazione (prima del 1959 era al 24%). Il governo cubano investe il 14,2% del bilancio dello Stato sul sistema dell’istruzione contro il 9,2% di quello italiano. E le statistiche potrebbero continuare all’infinito…
Sarà per questo che all’ingresso del Museo della Alfabetizzazione a L’Avana fa bella mostra di sé una targa fatta apporre proprio dall’UNESCO, che recita: “Da tutto il mondo verranno a chiedervi come avete fatto”.