«Mantenere una base militare (su suolo altrui) contro il volere del popolo viola i più elementari principi della legge internazionale – scrive Fidel nell’articolo (pubblicato sul sito governativo www.cubadebate.cu) intitolato «Decifrare il pensiero del nuovo presidente nord-americano». Il Lider Maximo chiede al neopresidente Barack Obama di restituire senza condizioni a Cuba la base navale della Baia di Guantanamo rinnovando le accuse mosse ai dieci presidenti che si sono succeduti da quando, nel 1959 la Rivoluzione trionfò a Cuba. Read more »
Il Foro Sociale Mondiale era considerato dai grandi media il contro vertice rispetto al Foro Economico Mondiale di Davos in Svizzera. Era il momento di quando ancora si credeva che tutto fosse cominciato a Seattle.
Poi quando fu chiaro che tutto (il movimento critico al neoliberismo allora imperante) era cominciato tra il Chiapas, il Caracazo, Porto Alegre e il V Centenario della conquista dell’America, tra i movimenti sociali europei, presto in franco riflusso, i più se ne disinteressarono. Read more »
IN QUESTA CLASSE NE MANCANO TRE.
La Bolivia ha vinto! Con una maggioranza superiore al 60% il popolo boliviano ha votato la nuova Costituzione, che sostituisce la precedente in vigore dal 1967. Sono stati vani tutti gli sforzi, le tattiche dilatorie, i metodi poco ortodossi o apertamente golpisti cui ha fatto ricorso l’opposizione rappresentata dal blocco dominante storico, inamovibile dalla fine del colonialismo spagnolo. Fino a ieri… Read more »
La stampa italiana non parla quasi mai di Cuba, e quando lo fa scrive solo falsità. Questa è una legge non scritta che regola il funzionamento dei media nel nostro Paese e per dimostrarne la veridicità basterebbe leggersi con attenzione i giornali di questi giorni. Il 15 gennaio diversi quotidiani e siti informativi rilanciavano la notizia di un Fidel ormai prossimo alla morte (si vedano ad esempio La Stampa, Il Giornale o Tgcom) salvo poi tacere di fronte al fatto che solo pochi giorni più tardi dell’annuncio funebre un “redivivo” Fidel ha incontrato Cristina Fernàndez, la presidente dell’Argentina in visita a Cuba (leggi qui). E a questa legge non si sottrae proprio nessuno, nemmeno il più autorevole (?) quotidiano nazionale, il Corriere della Sera, che nell’edizione di ieri (e in bella vista sul suo sito-internet) ha pensato bene di dedicare un’intera pagina allo sport preferito dalle redazioni di mezza europa quando si tratta di parlare di Cuba: il lancio del fango. Massimo Nava nell’articolo riesce ad inanellare una serie di cazzate, bugie e semplici errori che viene da chiedersi cosa facesse all’Università quando i professori spiegavano il concetto di “deontologia professionale” o di “verfica dei fatti”. Nell’articolo, il corrispondente da Parigi del quotidiano di Via Solferino parla di Dariel Alarcon Ramirez, l’ex guerrigliero”Benigno”, descrivendolo come un dissidente che vive a Parigi da 1996 “inseguito da una condanna a morte per tradimento del regime” (sic). Ora:
1) Dariel Alarcon Ramirez non è mai stato condannato a morte da un tribunale cubano. Magari prima di scrivere una cosa del genere sarebbe stato bene fare qualche ricerca oppure usare il condizionale, escamotage utilizzato dai giornalisti “liberi” per poter scrivere di tutto senza assumersene la responsabilità;
2) Dariel Alarcon Ramirez non è scappato come esule, ma si è sposato con una donna francese e si è trasferito a vivere in Francia da dove ha iniziato a spalare merda nei confronti della rivoluzione cubana e del suo gruppo dirigente;
3) Tutto questo è accaduto nel 1994, e non nel 1996 (leggi qui, manco le basi del mestiere te ricordi!!), in pieno periodo especial, quando la vita a Cuba s’era fatta durissima a causa dell’implosione del campo socialista (unico partner commerciale dell’isola) e molti cercavano di garantirsi una vita più agiata vendendo quello che il mercato mondiale dell’informazione richiedeva: il dissenso;
4) Il legame con il Che era sì forte, ma non esclusivo come cerca di far credere il giornalista. I suoi due compagni inseparabili, quelli che condivisero con il Che ogni minuto della spedizione in Bolivia furono Carlos Coello (Tuma), caduto in combattimento, e Harry Villegas (Pombo) successivamente diventato generale di Brigata. Anche in questo caso sarebbe bastato leggersi qualche libro.
5) L’accusa più assurda di tutte, però, tanto infame quanto priva di ogni riscontro, è il presunto tradimento di Fidel ai danni del Che. Non esiste nemmeno un frammento di prova a sostegno di questa tesi, mentre esistono migliaia di pagine d’archivio che dimostrano l’esatto contrario.
A questo punto viene da chiedersi, anche ammettendo che il giornalista non fosse tenuto a conoscere la storia di Cuba, come sia stato possibile che non abbia posto all’intervistato alcune semplici domande suggerite dalla logica:
a) Se Fidel voleva liberarsi del Che, perché accettò che della spedizione facessero parte elementi di primissimo piano dell’esercito cubano (3 comandanti, 2 primi capitani, 7 capitani, 2 primi tenenti e 2 tenenti)? E perché fornì campi di addestramento, copertura logistica ed armamenti?
b) Come mai nel Diario del Che in Bolivia non c’è alcuna traccia del presunto dissenso tra il Che e Fidel? Eppure nelle intenzioni del Che quelle pagine erano private e raccoglievano riflessioni personali, non destinate ad essere pubblicate e quindi non soggette neanche ad una sorta di “autocensura”.
c) Come mai la moglie del Che (che gli fu sempre al fianco) e i suoi figli continuarono e continuano a vivere a Cuba nonostante il presunto “tradimento”?
d) Come mai, nonostante fosse sopravvissuto ad un tradimento, Ramirez ha continuanto a militare nel campo della rivoluzione facendo anche carriera nell’esercito? Come mai i rimorsi per la sorte del suo “mito” hanno impiegato ben 27 anni ad emergere?
Insomma domande semplici, quasi banali, per chiunque eserciti onestamente la professione di cronista senza per questo dover essere un giornalista militante. Ma, giustappunto, bisognerebbe essere intellettualmente onesti e non desiderosi di assecondare i desideri di chi ti paga.
25/1/2009 – Da stamane alle otto (le 13 in Italia) sono aperte le urne in Bolivia, dove quattro milioni di elettori sono chiamati a pronunciarsi sul progetto di una nuova Costituzione che intende dare voce e spazio al mondo indigeno aymara e quechua (insieme, la stragrande maggioranza della popolazione boliviana) e rafforzare i poteri dello Stato, in particolare – ma non solo – riguardo al controllo e all’utilizzo delle notevoli risorse naturali del paese. La vittoria del SI potrebbe inoltre far rimanere al potere fino al 2014 Evo Morales, ex sindacalista cocalero e primo presidente indio della storia del paese.
La nuova Costituzione, ha dichiarato alla vigilia del voto Morales, intende “decolonizzare” la Bolivia, aiutandola a emanciparsi dalla storica influenza degli ex-coloni spagnoli. In base a questo progetto lo stato boliviano si separerebbe inoltre dalla Chiesa cattolica, diventando indipendente da qualsiasi religione.
Non accadeva dal 1986 che un Capo di Stato argentino si recasse a Cuba. Già solo per questo la visita di 3 giorni a L’Avana di Cristina Kirchner (per di più in concomitanza con la cerimonia di insediamento del presidente degli Stati Uniti…) merita una menzione. Si tratta infatti dell’ennesimo importante segnale di quel processo di cooperazione economica ed integrazione politica, che negli ultimi anni sta prepotentemente riportando Cuba (dopo decenni di indomita quanto isolata resistenza) al centro dello scenario latinoamericano. La visita della Kirchner è stata preceduta, all’inizio dell’anno, da quella del presidente di Panama, Martin Torrijos e da quella del presidente dell’Ecuador, Rafael Correa. E nei prossimi mesi saranno all’Avana i presidenti di Messico e Cile e poi i Capi di Stato di Guatemala e Honduras. E, non più tardi di domenica scorsa il presidente brasiliano Lula da Silva aveva speso – in quel di Caracas – parole forti a sostegno dell’eliminazione dell’indegno embargo nordamericano verso Cuba, parole indirizzate al neo-insediato presidente USA, Barack Obama.
La visita della presidente Kirchner non è però solo un importante fatto politico. I due governi hanno siglato ieri 11 importanti accordi bilaterali, finalizzati ad una più stretta collaborazione in vari settori.
Oltre all’accordo riguardante la soppressione reciproca dei visti per i passaporti diplomatici, ufficiali e di servizio, sono stati sottoscritti quattro memorandum d’intesa: il primo per lo scambio di esperienze nella prevenzione e riduzione delle catastrofi naturali, il secondo per rafforzare la cooperazione nell’agricoltura, alimenti, allevamento, rimboschimento, biotecnologia e sviluppo rurale; il terzo per un miglior avvicinamento nelle politiche occupazionali e per ampliare lo scambio di informazione, per l’adozione di posizioni comuni in campo multilaterale, come nell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
L’ultimo di questi memorandum è riferito a promuovere l’uso pacifico dell’energia nucleare, soprattutto, nella medicina e l’agricoltura.
Sono stati inoltre sottoscritti contratti per la collaborazione tecnico-scientifica e in materia commerciale. In ambito sanitario è prevista una stretta collaborazione per la ricerca, finalizzata alla produzione di medicinali antiretrovirali ed oncologici. Le parti hanno inoltre concordato l’avvio di progetti congiunti nell’ambito dell’efficienza energetica e dell’uso di energia rinnovabile, e l’incremento della cooperazione nel campo delle attività geologico-estrattive.
Tra gli strumenti previsti, figura la creazione del Centro Argentino-Cubano di Biotecnologia, dedicato allo sviluppo di farmaci e vaccini, che avrà come obbiettivo fondamentale la promozione di programmi di ricerca e il trasferimento di tecnologia al settore.
Un serpentone di 254 persone ha sfilato ieri in tuta arancione nel cuore di Roma, con un nome impresso sul petto; il nome di ognuno dei 254 uomini ancora oggi segregati dal Governo degli Stati Uniti e dalla CIA in quel lager che si chiama Giuantanamo e che in spregio ad ogni convenzione internazionale, nonchè ai più elementari diritti umani, costringe – dal 2002 - cittadini di 86 paesi del mondo alla peggiore condizione carceraria mai vista, in assenza di alcun tipo di processo. Nulla potrà cancellare questa vergogna dai libri di storia, né i responsabili delle torture che fra quelle mura si sono consumate pagheranno mai, ma ogni giorno che passa è comunque un giorno d’infamia in più…CHIUDERE GUANTANAMO ORA! (e restituirla a Cuba, aggiungiamo noi).
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Guantanamo, fatti e cifre (da www.amnesty.it)
Quasi 800 persone sono state trasferite dal 2002 nel centro di detenzione di Guantánamo e la grande maggioranza di esse non è stata mai incriminata né processata.
Prima di essere trasferiti a Guantánamo, in assenza di qualsiasi supervisione giudiziaria, questi detenuti sono stati arrestati in oltre 10 paesi diversi. L’86 per cento di essi è stato arrestato dai servizi pachistani o dalle forze dell’Alleanza del Nord, in Afghanistan, e consegnato alle forze Usa spesso in cambio di taglie di migliaia di dollari. Sono circa 520 i detenuti rilasciati e trasferiti verso altri paesi, tra cui Afghanistan, Albania, Arabia Saudita, Australia, Bahrain, Bangladesh, Belgio, Danimarca, Egitto, Francia, Giordania, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Maldive, Marocco, Mauritania, Pakistan, Regno Unito, Russia, Spagna, Svezia, Sudan, Tagikistan, Turchia, Uganda e Yemen.
Sono circa 250 le persone ancora detenute, quasi 100 di esse di nazionalità yemenita. Nel settembre 2006 sono state trasferite a Guantánamo 14 persone provenienti da centri segreti di detenzione gestiti dalla Cia dove avevano trascorso fino a 4 anni e mezzo. Da allora, altre 5 persone sono state trasferite a Guantánamo, almeno 2 delle quali provenienti da centri segreti della Cia.
Le commissioni militari hanno incriminato complessivamente 26 detenuti: di questi, 3 sono stati giudicati colpevoli e condannati, 6 sono stati prosciolti e altri 6 rischiano la condanna a morte.
Almeno 12 detenuti avevano meno di 18 anni al momento del trasferimento a Guantánamo. Almeno 3 di essi risultano ancora all’interno del centro di detenzione.
Almeno 4 detenuti si sono suicidati e sono state segnalate decine di tentativi di suicidio.

Non possiamo fare a meno di continuare ad occuparci dell’infame aggressione israeliana in atto a Gaza ai danni del popolo palestinese. E’ una tragedia che ci riguarda tutti e che una volta di più ci mostra il volto cinico e assassino dell’imperialismo (il sionismo non ne è che un aspetto) e del suo sistema di dominio bellico, economico e mediatico. Riportiamo l’editoriale di Eduardo Galeano – uno dei più grandi scrittori e conoscitori dell’America Latina del nostro tempo – pubblicato ieri da Il Manifesto.
Per giustificarsi, il terrorismo di stato fabbrica terroristi: semina odio e raccoglie pretesti. Tutto indica che questa macelleria di Gaza, che secondo gli autori vuole sconfiggere i terroristi, riuscirà a moltiplicarli.
Dal 1948 i palestinesi vivono una condanna all’umiliazione perpetua. Senza permesso non possono nemmeno respirare. Hanno perso la loro patria, la loro terra, l’acqua, la libertà, tutto. Non hanno nemmeno il diritto di eleggere i propri governanti. Quando votano chi non devono, vengono castigati. Gaza viene castigata. Si è trasformata in una trappola per topi senza uscita da quando Hamas vinse limpidamente le elezioni nell’anno 2006. Qualcosa di simile era accaduto nel 1932, quando il Partito Comunista aveva trionfato nelle elezioni in Salvador. Inzuppati nel sangue, i salvadoregni espiarono la loro cattiva condotta e da allora vivono sottomessi a dittature militari. La democrazia è un lusso che non tutti meritano.
Sono figli dell’impotenza i razzi caserecci che i militanti di Hamas, rinchiusi a Gaza, sparano con mira pasticciona sopra le terre che erano state palestinesi e che l’occupazione israeliana ha usurpato. E la disperazione, al limite della pazzia suicida, è la madre delle spacconate che negano il diritto all’esistenza di Israele, urla senza alcuna efficacia, mentre una molto efficace guerra di sterminio sta negando, da anni, il diritto all’esistenza della Palestina.
Già non ne resta molta, di Palestina. Passo dopo passo Israele la sta cancellando dalla mappa. I coloni invadono, e dietro di loro i soldati modificano la frontiera. I proiettili sacralizzano il furto, in legittima difesa.
Non c’è guerra aggressiva che non dica d’essere guerra difensiva. Hitler invase la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush invase l’Iraq per evitare che l’Iraq invadesse il mondo. In ognuna delle sue guerre difensive Israele ha inghiottito un altro pezzo di Palestina, e il pasto continua. Il divorare si giustifica con i titoli di proprietà che la Bibbia ha assegnato, per i duemila anni di persecuzioni che il popolo ebreo ha sofferto, e per il panico causato dai palestinesi che hanno davanti.
Israele è il paese che non adempie mai alle raccomandazioni e nemmeno alle risoluzioni delle Nazioni unite, che non si adegua mai alle sentenze dei tribunali internazionali, che si fa beffe delle leggi internazionali, ed è anche il solo paese che ha legalizzato la tortura dei prigionieri.
Chi gli ha regalato il diritto di negare tutti i diritti? Da dove viene l’impunità con cui Israele sta eseguendo la mattanza di Gaza? Il governo spagnolo non avrebbe potuto bombardare impunemente il Paese Basco per sconfiggere l’Eta, né il governo britannico avrebbe potuto radere al suolo l’Irlanda per liquidare l’Ira. Forse la tragedia dell’Olocausto comprende una polizza di impunità eterna? O quella luce verde proviene dalla potenza più potente, che ha in Israele il più incondizionato dei suoi vassalli?
L’esercito israeliano, il più moderno e sofisticato del mondo, sa chi uccide. Non uccide per errore. Uccide per orrore. Le vittime civili si chiamano danni collaterali, secondo il dizionario di altre guerre imperiali. A Gaza, su ogni dieci danni collaterali tre sono bambini. E sono migliaia i mutilati, vittime della tecnologia dello squartamento umano che l’industria militare sta saggiando con successo in questa operazione di pulizia etnica.
E come sempre, è sempre lo stesso: a Gaza, cento a uno. Per ogni cento palestinesi morti, un israeliano.
Gente pericolosa, avverte l’altro bombardamento, quello a carico dei mezzi di manipolazione di massa, che ci invitano a credere che una vita israeliana vale quanto cento vite palestinesi. Questi media ci invitano a credere che sono umanitarie anche le duecento bombe atomiche di Israele, e che una potenza nucleare chiamata Iran è stata quella che ha annichilito Hiroshima e Nagasaki.
È la cosiddetta comunità internazionale, ma esiste?
È qualcosa di più di un club di mercanti, banchieri e guerrieri? È qualcosa di più di un nome d’arte che gli Stati uniti si mettono quando fanno teatro?
Davanti alla tragedia di Gaza l’ipocrisia mondiale brilla una volta di più. Come sempre l’indifferenza, i discorsi inutili, le dichiarazioni vuote, le declamazioni altisonanti, i comportamenti ambigui rendono omaggio alla sacra impunità.
Davanti alla tragedia di Gaza i paesi arabi si lavano le mani. Come sempre. E come sempre i paesi europei se le fregano.
La vecchia Europa, tanto capace di bellezza e di perversione, sparge una lacrima o due mentre segretamente celebra questo colpo maestro. Perché la caccia agli ebrei è sempre stata un’abitudine europea, ma da mezzo secolo questo debito storico viene fatto pagare ai palestinesi, che pure sono semiti e non sono mai stati, e non sono, antisemiti. Essi stanno pagando, in sangue contante e sonante, un conto altrui.
(Questo articolo è dedicato ai miei amici ebrei assassinati dalle dittature latinoamericane sostenute da Israele).
L’ennesima lezione di chiarezza e coerenza politica impartitaci dall’America Latina…
La Paz, 14 gennaio (ABI) – Il governo boliviano ha interrotto oggi le relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele che persevera con le azioni belliche contro la popolazione civile della Striscia di Gaza, azioni che sono già costate la vita a più di 1.000 persone e hanno provocato più di 4.600 feriti.
“La Bolivia aveva relazioni diplomatiche con Israele, ma di fronte a questi fatti che sono contro la vita, e l’umanità, rompe tali relazioni con lo stato di Israele” ha affermato il presidente Evo Morales Ayma.
Il Governo Boliviano ha reso nota questa decisione in occasione del saluto protocollare ricevuto dal corpo diplomatico accreditato nel paese, che ha avuto luogo nei locali del Palacio Quemado.
Morales ha inoltre annunciato che la Bolivia presenterà una denuncia di fronte alla Corte Penale Internazionale sul genocidio che Israele commette ai danni della popolazione della Striscia di Gaza.
“Facciamo appello a tutti gli stati e agli organismi internazionali, specialmente agli organismi che difendono la vita, affinché a partire da questo momento lavoriamo a difesa dell’umanità” ha aggiunto.
Il presidente boliviano ha ricordato che qualunque Stato può presentare denuncia contro chiunque si macchi di crimini di lesa umanità, genocidio o sterminio.
“I crimini del Governo di Israele colpiscono la stabilità la pace mondiale e stanno facendo retrocedere il mondo alla peggiore stagione dei crimini di lesa umanità che mai si erano vissuti fino alla Seconda Guerra Mondiale e negli ultimi anni in Yugoslavia e Ruanda” ha precisato Morales.
Il Capo di Stato ha chiarito che la Bolivia è pacifista e non può rimanere spettatrice passiva di fronte al genocidio in atto contro la popolazione civile di Gaza.